venerdì 2 marzo 2018

L'ennesima giornata surre(n)ale

Mio ritocco di un'immagine dell'apparato urinario, trovata in una presentazione online (pag. 2). Clicca sull'immagine per andare alla presentazione! ;)

[Ok, questa la scrivo un po' tipo "Caro diario" ma non tipo "Caro diario" il film di Nanni Moretti, detto anche Nano Moretti, che non ho mai visto, fra l'altro.]

Anche oggi [ieri, ormai, da quanto ho scritto], giornata surreale. Anzi, soffrendo di vescica neurologica, posso dire, per prossimità, di avere avuto l'ennesima giornata surrenale.

Sono andato a letto penso (PENSO, non sono più sicuro neanche di quello) a mezzanotte e mezza e di essermi svegliato un'ora e mezza dopo, nonostante gli ipnoinducenti che mi dovrebbero fare dormire almeno sei ore.
Poi dovrei essere stato sveglio fino alle cinque e mezza di mattina, fra craving alimentare e computer, per poi rimettermi a letto dalla stanchezza e svegliarmi con la sveglia delle sette e mezza.

Oppure sono andato a letto alle dieci di ieri sera, sfiancato, dopo aver fissato il monitor del computer per non so quanto tempo?

NON ME LO RICORDO.

Le giornate sono tutte tremendamente uguali e tutte tremendamente irregolari e sregolate nei loro ritmi.
È come se la mia testa imponesse al mio corpo una sorta di tortura del sonno o di tortura del metabolismo amplificata: umore, fame, inappetenza, schifo per il cibo, necessità improvvisa di dormire, veglie forzate a orari improbabili...

Sono sicuro di aver fatto malamente colazione, in piedi al lavello della cucina, col caffè solubile di pura marca U!, che è comunque gran buono, e i frollini integrali, sempre di pura marca U!, gran buoni anche loro.

Poi boh.

Poi sono andato dalla psichiatra tanto carina. A piedi. Venti minuti di sconforto.
Già a uscire di casa e vedere la neve mi è venuto un magone mortale, anche perché mi ha fatto ritornare in mente che, una volta, la madre di una ragazza che aveva subito abusi sessuali in famiglia e che era in preda a una crisi di panico, l'aveva portata a camminare e fuori c'era la neve.

Con la psichiatra tanto carina mi sono deciso ad avviare la procedura per entrare in day hospital psichiatrico, visto che ormai è una settimana che annullo le ripetizioni, non vivo, non riesco a stare regolarmente in piedi e non riesco neanche ad assumere gli psicofarmaci.
Coperta corta per coperta corta, tanto vale.
Anzi, coperta SEMPRE più corta.

Sono tornato a casa con le lacrime agli occhi sull'indecisione in merito a cosa fare per pranzo (mangiare, cosa mangiare, digiunare, dormire) e il fatto che mi venissero le lacrime agli occhi rende il tutto ancora più ridicolo e grottesco.

Alla fine ho mangiato degli ottimi würstel vegetariani con crauti e pane tirato fuori dal freezer, ormai conservato così a lungo che era diventato "posso" (ovvero, "raffermo" in brianzolo italianizzato).

Proprio mentre mangiavo mi ha chiamato la libera professionista cui faccio consulenze di comunicazione perché aiutoaiutocrollailmondo.
Ormai penso di aver sviluppato una sorta di resistenza a queste cose, almeno a livello esteriore. Dentro, invece, penso che mi avvelenino ancora più subdolamente.

Non è un lasciarsele scorrere via di dosso: è un convincersi involontario di non percepirle.

Mi sono sdraiato un attimo sul letto a cazzeggiare col cellulare (in questi giorni, per me questo è qualcosa di veramente eccezionale ed è tutto dire, nel suo essere, ancora una volta, RIDICOLO).

Poi, prima ancora che iniziassi a sparecchiare, mi ha chiamato anche il discente sessantenne cui do lezioni di inglese per sentire come stavo.
Penso che, ormai, mi veda un po' come un figlio, come il figlio che vorrebbe avere - anche se ne ha già de. Un figlio con cui può confrontarsi quasi alla pari, schiettamente.

Ormai ha capito della mia situazione da diverso tempo, da qualche minor diverso tempo sa anche che cosa prendo, ora sa anche che andrò in day hospital.
Mi ha detto che le cose che ho sono sì cose brutte ma non come avere qualcosa allo stomaco o al pancreas.

Insomma. Io non posso giudicare ma c'era una bellissima ragazza affetta da tumore di cui seguivo il percorso tramite un suo diario online (ero incappato per sbaglio sul profilo Facebook). Sì, chemio, giornate a non riuscire ad alzarsi dal letto (la cosa non mi è nuova), però la sua forza d'animo le permetteva di andare oltre la malattia e di studiare.
Vedevo anche gli album di foto online in cui andava a spassarsela, fra un periodo di cure e l'altro, o quando il tumore le dava più tregua. Non ero invidioso: ero contento per lei. E la ammiravo.

Quando l'anno scorso ebbi un grande crollo a inizio gennaio, mi dissi che avrei fatto come lei: volevo provare almeno una volta nella vita ad andare in snowboard.
Era inverno, sarei potuto andare in valle di Gressoney, che amo tanto.
Una manciata di giorni.

Certo.
E come cazzo ci arrivi, quando guidi in condizioni mentali peggiori di quelle di uno che si è fatto mezza bottiglia di vodka? Quando l'idea di prendere i mezzi ti getta in un baratro di angoscia vera perché ci sono altre persone e suoni e luci che ti mandano fuori di testa e ti fanno partire i tic e i tic attirano su di te ulteriore attenzione e questa attenzione ti fa impazzire ulteriormente?
Sta' a casa e crepa.

Avrei dato una bella fetta della mia vita e delle mie energie a quella ragazza morta di tumore - perché a me non servono a molto.

Il fatto, il merdosissimo fatto, è che la forza d'animo serve a ben poco quando si tratta di patologie psichiche: farsi forza, resistere, cercare di andare avanti lo stesso rischiano di avere un effetto perverso di ulteriore aggravamento della situazione e di una minore quantità di energie a disposizione.

Non mi credete? Beh, crederete almeno al mio discente sessantenne cui do ripetizioni di inglese, visto che ha espresso lo stesso concetto - e stiamo parlando di un brianzolo che sa gestirsi e godersi la vita pur con i piedi ben per terra, mica di un fighetto né di un piagnina.

Abbiamo parlato ancora un po', ci siamo salutati e mi sono messo a salvare il mondo per la libera professionista per la quale faccio consulenze di comunicazione.

Mi sono fatto ancora una volta forza e, una volta finito con quello, mi sono messo a stampare la dispensa di anatomia (700 pagine).

Ore 15:00. Dovevo mettere l'inchiostro nella cartuccia a colori, perché io sono eco-friendly e rigenero le cartucce.

  • Il giallo era in una boccetta nuova. Tutto liscio.
  • Il magenta era in un siringone di plastica vecchio di una decina d'anni: un po' di fatica, il siringone si stura all'improvviso ed esce un bel po' d'inchiostro, che straborda. Tampono come fosse un'operazione chirurgica con un vaso sanguigno minore che esplode. Situazione rientrata.
  • Il ciano era in un siringone di plastica vecchio di una decina d'anni, simile a quello del magenta: spingo e non scende. Spingo e non scende. Spingo e il colore esplode dentro la cartuccia e in mille schizzi sulle mie braccia, nelle vicinanze del mio angolo esterno della bocca, sulle piastrelle del piano cottura, sui fornelli, di sbieco per tre schizzi su una parete diagonale, in giro sul pavimento alle mie spalle.

Un'ora per pulire il cazzo di casino che avevo combinato, più quello che si aggiungeva mentre il colore colava e quello che portavo involontariamente in giro sotto le ciabatte.

Pantheon di divinità in volo libero come fosse stata un'apocalisse di spiriti ululanti per la volta celeste della mia testa.

Infilo, nel frattempo, la cartuccia a colori nella stampante e la cartuccia è ancora rilevata come vuota.

Pantheon di divinità in volo libero come fosse stata un'apocalisse di spiriti ululanti per la volta celeste della mia testa.

Ore 16 e zeroqualcosa: con una stanchezza immane addosso, un cerchio alla testa che mi perseguita tutt'ora e non so più che cazz'altro, mi metto a letto.

Sonno regressivo.

Mi sveglio a vari orari, non avendo più la percezione di che giorno sia (non ce l'ho più da domenica, ogni volta devo guardare il calendario) né quella dell'ora (il cielo lattiginoso delle sei di sera è troppo simile a quello delle sette di mattina).

Alla fine, mi alzo alle otto e qualcosa.

Non ricordo più bene cosa io abbia fatto.

Ah, sì! Tentativi di stampare fronte-retro la dispensa (la stampante funzionava ugualmente a colori nonostante la spia dell'inchiostro a colori esaurito), con fogli che si appiccicavano gli uni agli altri o venivano trascinati dentro nella stampante insieme, quindi l'impaginazione fronte-retro saltava e cercavo di rimettere insieme manualmente i plichi.

Tutto questo al rallentatore, in una condizione di limbo compulsivo, al di fuori del tempo (no, questa volta giuro che non metto la citazione ai Bluvertigo!).

Alle dieci ho concluso la parte di stampa in corso, perché devo avere tutto sotto controllo (ho il disturbo ossessivo-compulsivo mica per niente!) e avevo una sensazione di schifo tale che sono andato a farmi una doccia sotto la spinta della medesima (ho il disturbo ossessivo-compulsivo mica per niente!)

Ed eccomi qua, ora sto scrivendo carattere dopo carattere in tempo reale.

Anzi, creo una distorsione nello spazio-tempo e vi proietto a domani, quando questo post verrà pubblicato (lo leggerete, SE lo leggerete, più in là) dopo che avrò sistemato il paratesto, per il quale mi sono segnato le annotazioni tipo [link], [etichetta] e [immagine].

Mi vien da vomitare e mi sento la febbre.

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