venerdì 23 marzo 2018

Psichiatria 02

Me, (30?) gennaio 2005. Sovrapposizione di filtro colorato con trasparenza al 50%.

Ok, ora non è che mi metterò a scrivere tutti i giorni di come va il day hospital psichiatrico.

Però ho bisogno di scrivere, anche se sono al secondo giorno e già l'eccesso di stimoli mi strema.


Absolom


Avete presente il film "Fuga da Absolom"? Quello dell'isola-carcere di massima sicurezza in cui i prigionieri sono ridotti in condizioni primitive e ci sono i "buoni" e i "cattivi" cannibali?

Ecco, oggi (cioè ieri, giovedì 22 marzo) ho capito che in day hospital c'è un po' questa distinzione, almeno da parte di diverse persone, fra pazienti e dottori.

In altre parole, siccome ieri me ne sono stato rintanato quasi tutto il giorno col computer in una stanza dove spesso stanno i medici col computer e oggi, invece, mi sono dovuto mettere sempre col computer in un'area comune, diversi pazienti mi hanno chiesto, come indagando sottilmente, per quale motivo io fossi lì.

Gli ho detto dei miei disturbi e, con voce distesa, hanno detto "Ah, sembravi un dottore!", "Ah, pensavamo che eri un dottore!" - come se fossi stato una sorta di spia o di osservatore sul campo.

Sono arrivato solo nel pomeriggio, una volta a casa, al significato di quelle frasi.

Poi, una donna mi ha anche chiesto, con una punta di timore: "Tu, con quella felpa tenebrosa, arrivi da là?" - facendo partire un'immaginaria semiretta che partiva dall'indice della sua mano destra e andava in alto verso il reparto psichiatrico propriamente detto, nell'ospedale.

Là la situazione non deve essere molto felice, per via dei pazienti. Da quello che raccontava quello che chiameremo Gabriele (mi ricorda Gabriele Cirilli ma più rude :°D ), lì la situazione è letteralmente delirante[, anche peggio di quella della clinica dove c'era reparto psichiatrico, reparto anziani non-autosufficienti e malati terminali].

Qui, invece (mi rendo conto che sto scrivendo come se fossi ancora lì, perché ormai è come se la mia clinica fosse il mondo e come se ogni ambiente fosse contaminato, come se io fossi contaminato) qui, invece, la situazione è abbastanza tranquilla, tranne qualche piccolo screzio e qualche episodio di rimprovero.

I pazienti sono tendenzialmente tranquilli, sembrano essere in una condizione irriflessa della loro patologia o di riuscire a prenderla con leggerezza - quella leggerezza che mi manca, che mi fa iperanalizzare e che, forse, contribuiva al farmi passare per medico nonostante fossi vestito da skater.

"Ho ancora sei giorni di malattia." "Oh, mi raccomando: riposati! Poi ci sentiamo!" e simili. Io, se avessi un lavoro e ancora sei giorni di malattia dopo l'uscita dalla clinica, sarei di nuovo in ansia totale. Ok, probabilmente sarò sereno solo quando sarò morto. :) SE PERCEPITE DEL SARCASMO O DELL'IPERBOLE, potete usarle per farvici il bidè - giusto per valutarne l'efficacia.


Il fantas(ma)tico mondo della comunicazione mi perseguita


Sì, ora avete un tassello di conoscenza in più su di me, care mie lettrici e cari miei lettori. Vengo dal fantastico mondo della comunicazione. Della pubblicità. Dell'intermediazione di spazi pubblicitari per conto terzi. Del procacciamento di nuovi clienti per un'agenzia di intermediazione di spazi pubblicitari.
Tassello che non vi serve a molto, perché pensavo di essermi lasciato quel mondo alle spalle.

Ma così non è. Ancora mi vien dietro, come la morte a gran giornate (cfr. Petrarca, "La vita fugge [...]")

  1. Perché uno dei dottori è l'incrocio fra due miei carissimi ex colleghi. Non faccio i loro nomi qui ma dico solo che il dottore per me avrà il nome che avrebbe la fusione dei due ex colleghi se fossero personaggi in Dragon Ball: Petriuolo. Petriuolo, che sarebbe l'italianizzazione del brianzolo "pedriö", cioè "imbuto". Il dottor Imbuto che ti somministra forzatamente le cure. No, dai, sembra anche simpatico.
  2. Perché una delle pazienti, che chiameremo Irina, lavora o lavorava in una concessionaria di pubblicità dopo aver lavorato in un centro media e dice che anche solo lavorare in un centro media ti fa letteralmente andar fuori di testa.
    Mentre stavamo parlando, Gabriele commentava a margine col suo accento meridionale dicendo "Se io devo ritrovarmi ancora qui per il lavoro, COL CAZZO che torno a lavorare!".
    Enough said. Sad enough. Sad but true.

"La primavera dell'amore"


È iniziata la "primavera / e neanche ce ne siamo accorti", come sta scrivendo sotto traccia il mio alter ego poetico, e si sta sentendo anche in clinica. Il ragazzo che si sta disintossicando dalla coca, che per comodità chiameremo Libero, sta corteggiando una donna latino-americana di diversi anni (parrebbe) più grande di lui. Per comodità la chiameremo Juana.

Nel giro di 4 ore sono passati dall'essersi abbioccati quasi fronte contro fronte su un divano allo stare un'ora e mezza su una panchina al sole in giardino, sempre più vicini, poi con lui che le cingeva le spalle da sopra lo schienale della panchina, finché si sono intrecciati le dita della mano che stava davanti.

La cosa mi ha fatto una tenerezza atroce, mi ha fatto sentire uno strano tepore e poi un freddo. La mancanza e la frigidità interiore, forse

La distanza, di più, il non sapere come muovermi nei confronti di una ragazza che mi piace letteralmente da impazzire, che mi farebbe venire voglia di stracciarmi via pelle e carne dalla faccia partendo da metà dell'osso frontale, scendendo al di sopra degli sfenoidi e proseguendo giù fino all'estremità del massetere. Con una testa che, vi giuro, è pari a quanto volgarmente può essere valutato alla sua bellezza. [E qui mi fermo.]

(Per comodità e stringatezza, la chiameremo "la ragazza che fa la cameriera a Gressoney e che vedo una volta all'anno da tre anni a questa parte quando vado su in agosto coi miei".)

Comunque, anch'io penso di aver fatto colpo su una ragazza. Si chiama - anzi, per comodità la chiameremo - Paola

Paola ha 36 anni e va per i 37 (c'è rimasta male quando ho azzeccato dicendo 37 anni), non è la classica figa che ti fa venire il torcicollo per strada ma, ai miei occhi, ha un suo je ne sais quoi (ringraziamo sempre la cameriera di Gressoney per avermi fatto scoprire un nuovo modo di vedere la bellezza nelle donne, nonostante la sua manifesta superiorità ;) ).
Paola ha [36/]37 anni, è sposata con un marito con cui sembra litigare al telefono, ha due figli che le riempiono la borsa di briciole di cracker e si è presentata oggi per la prima volta in clinica e a me, dicendomi di avermi già visto da qualche parte e insistendo alcune volte su questo punto.
(Lieve esoftalmo. Quello le conferisce parte del suo je ne sais quoi.)

Ci sono stati diversi scambi di sguardi. A pranzo avevamo tutti e due la certosa. Lei cercava di aprire la confezione in tutti i modi, anche con le posate di plastica, ma non ci riusciva.
Io, con un tempismo perfetto e con una leggerezza per la quale ancora ringrazio Toki di Hokuto, ho aperto la mia crescenza e gliel'ho porta. Lei c'è un po' rimasta e mi ha dato la sua, dicendo che era "inapribile". Dopo un paio di tentativi sono riuscito ad aprire anche quella. 
Ho bevuto dell'acqua, ho rialzato lo sguardo e lei mi stava fissando.

Ci siamo guardati negli occhi, ho abbassato lentamente lo sguardo sul mio piatto e mi deve essere spuntato un sorrisetto fra il beffardo e il malizioso.

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