domenica 25 marzo 2018

Psichiatria 03 - Lo zio Bepi

Me, (30?) gennaio 2005. Sovrapposizione di filtro colorato con trasparenza al 50%. Colore in sovrapposizione preso dal punto più intenso del sangue nella foto del post  bit.ly/lepersonemigliori.

Al day hospital psichiatrico sono seguito, oltre che dalle infermiere, anche da quello che, per antifrasi e per comodità, chiameremo zio Bepi, cioè uno dei soprannomi (il più grottesco) con cui era chiamato il dottor Mengele, noto per i suoi esperimenti su cavie umane nel campo di concentramento nazista di Auschwitz.

Dico per antifrasi perché, in realtà, il mio zio Bepi è un pezzo di pane e ci va coi piedi di piombo nel cambiare le cure, almeno con me (e con tanto di pleonasmo). Anzi, nel mio caso ci va coi piedi di litio perché dice che proprio il litio, indicazione terapeutica con la quale ero stato inviato in day hospital dalla psichiatra tanto carina gli sembra poter avere più effetti collaterali a livello organico (vedi sovraccarico renale in una situazione in cui il mio apparato escretore è già messo a prova dall'enuresi) che non benefici.

Ad alcuni pazienti, giovinastri viziati e strafottenti cui darei volentieri un paio di ceffoni - e non solo io - lo zio Bepi sta sul cazzo e gli fanno la bella faccia davanti e poi gli sparlano dietro. Lungi da me il santificare l'Angelo della Morte ma mi sembra che lì ci sia un po' poca collaboratività.
(Il fatto è che, se gli dai due sacrosanti ceffoni, poi magari ti mandano in reparto psichiatrico vero e proprio, dove la situazione dicono non sia poi così edenica.)

I colloqui con lo zio Bepi sono rapidi e incisivi, lui è sempre sorridente ma di un sorriso zen, non di un sorriso coglione che mi farebbe salire il Giesù nero con gli occhi di brace come lo spirito di Hokuto.

E, soprattutto, confrontandosi apertamente e schiettamente con lui (penso sia il metodo migliore nella vita, non solo nella patologia), si ottengono benefici istantanei anche a livello psichico, anche se transitori.

Indubbiamente, poi, è comprensivo. O, forse, sono io che so esprimermi bene. Volevo spiegargli che spesso sto per i fatti miei a scrivere al computer perché stare con gli altri mi sottopone ad un sovraccarico percettivo-sensoriale.

Nell'incontro di venerdì, alzandomi per uscire, gli ho detto: "È come se io, toccando quella maniglia [nda: quella della porta per uscire] sentissi degli spilli che iniziassero a entrarmi nella pelle della mano."

"Si è spiegato benissimo." ha detto lui, sempre col suo sorriso zen, pur con una lieve ombra di tristezza.

"Non a caso, sono poeta! :°D" ho detto io, anche se avrei dovuto dire con saccenza "Non a caso, ho il dono orfico della parola!".

E lui: "E lo sia, per la vita!"

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