domenica 12 agosto 2018

L'angoscia di avere magari successo


Questo è il concetto che ho letto ne "Il manuale pratico di psicomagia", bel libro consigliatomi da una carissima amica [e che mi ha fatto molto riflettere].

Non che fosse per me una novità, sia chiaro, ma leggerla scritta in un libro mi ha a dir poco sorpreso.

Sì, perché la paura di fallire è qualcosa di normale, di comprensibile, e lo è anche quando [si intensifica] a un livello tale che diventa angoscia di fallire: quel qualcosa che ti fa scappare anche lontanamente la voglia di provare a fare, la voglia di tentarci, perché è più grande l'investimento emotivo che si pone nel tentativo rispetto ai risultati attesi, rispetto al beneficio che se ne avrà in caso di successo.
Penso di averne scritto anche diverse volte in questo blog, visto che è cosa che mi accompagna praticamente da quando iniziai ad avere le prime avvisaglie di depressione, attorno ai 16 anni.

L'angoscia di avere successo, invece, è qualcosa di diverso e, forse, di meno comprensibile ai più.
Inizierò con un esempio.

Quando lavoravo nel fantastico mondo della comunicazione, una volta portai in ufficio la mia macchina fotografica reflex perché in ufficio non c'era una macchina fotografica decente e c'era bisogno di fare delle foto decenti.
Al netto del fatto che non avrei dovuto mettere a disposizione qualcosa di mio (ormai l'avevo fatto), avevo lasciato la macchina fotografica nel cassetto della mia scrivania dal venerdì al [lunedì] successivo.
Mi ricordo esattamente la scena sulla banchina della metropolitana, quando dissi a un mio collega che ero preoccupato per la macchina fotografica[, perché temevo di non aver chiuso a chiave il cassetto].
Lui, per percularmi (sapeva fare solo quello, praticamente il suo modo di porsi nei miei confronti era quello), mi disse di stare tranquillo perché, tanto, al 95% avevo lasciato il cassetto aperto e che me l'avrebbero rubata.
Io gli dissi che le percentuali non mi confortavano.

"
- Perché? Perché al 95% te l'hanno già fottuta?
- No, perché c'è un 5% di probabilità che non l'abbiano fatto.
"

Ovviamente, in questo caso, la gran parte dello sconforto derivava dall'incertezza di non sapere come si sarebbe risolta la situazione e di non poterlo sapere fino alla ripresa lavorativa del venerdì.

C'è, poi, un livello ulteriore, che non spiega ancora l'idea iniziale del post ma che permette di avvicinarsi: il conforto del fallimento.
Rifletto ora, mentre scrivo: il conforto del fallimento sta nel fatto che il fallimento stesso riduca le incertezze, perché porta il numero di stati possibili della variabile "esito" ad uno solo.

Banale? Beh, se pensate così, buon per voi e per le vostre menti! :)
Purtroppo, per la mia testa di merda, il fatto che una variabile possa avere un numero di stati che non conosco e la cui qualità non conosco e la cui potenzialità di ulteriori variabili con ulteriori stati e la cui qualità non conosco è qualcosa che la manda in tilt.
Beati voi se per la vostra testa non è così, davvero!

L'ultimo passaggio (angoscia di fallire, conforto del fallimento) è l'angoscia di avere magari successo.

[Devo sospendere la scrittura perché l'essere arrivato qui mi fa tremendamente male dentro. Sabato 11 agosto 2018, ore 5:56.

Domenica 12 agosto 2018, ore 10:09: provo a riprendere in mano il post ma la sensazione rimane la stessa. Lascio perdere.]


L'immagine in apertura di post è tratta da questa pagina.

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